mercoledì 11 ottobre 2017

Un grande artista dimenticato, Giovanni Battista Lodi

E' un artista straordinario che Cremona ha ben presto dimenticato, anche se autore di opere conservate oggi al Metropolitan Museum of Arts. Forse perchè gran parte della sua vita si è svolta a Bruxelles e a Lierre, al seguito dei banchieri Affaitati e a Cremona sarebbe ritornato ormai novantenne per realizzare nel 1611, un anno prima della morte, una Madonna con i santi Antonio abate e San Carlo per la chiesa di Sant'Egidio ed Omobono che, secondo Giambattista Zaist, sarebbe l'unica sua opera nota. In realtà Giovanni Battista Lodi fu uno dei più grandi artisti della seconda metà del XVI secolo, autore di disegni per una serie di arazzi realizzati dalla bottega di Willem de Pannemaker nel febbraio del 1552 ed autore lui stesso di alcuni episodi delle Storie di Mosè per Ercole Gonzaga, conservati oggi a Milano nella villa Simonetta, sede della scuola civica di musica “Claudio Abbado”. Di questa sua attività di disegnatore si sono occupati recentemente lo storico dell'arte olandese Bert W. Meijer, direttore dell'Istituto Universitario Olandese di Storia dell'arte di Firenze, e Thomas P. Campbell, esperto di arazzi del MOMA di New York.
Storie di Mercurio e Herse, MOMA, New York
Di questa sua particolare attività non fanno menzione invece gli storici locali. Lo Zaist, ad esempio, si limita a scrivere: “Lodi Giovan Battista, s'egli è vero, lo che scrisse Antonio Campi, fu certamente un'assai virtuoso professore delle nostr'arti, perocché da lui viene annoverato insieme coi solenni dipintori Camillo Boccacino, Giulio Campi suo fratello, e Bernardo Sogliaro, così leggendosi nella istoria di esso. 'A nostri tempi poi, ne quali pare, che la Pittura sia ridotta al colmo della perfezione, sono stati eccellenti, e molto famosi, Camillo Boccacino, Giovambattista Lodi, Giulio mio fratello, ed il poco fa nominato, Bernardo Sogliaro, le cui eccellentissime opere sono tenute in grandissimo pregio'. Per altro, non facendosi menzione che della di lui persona, senza far parola d'alcuno de suoi dipinti, giusta l'assunto del nostro istorico, non so che mi dire di esso, se non che forse abbia dipinto pochissimo, o siansi perdute, od altrove portate le di lui opere. Il sol quadro, che a mia notizia pur anco di lui si serba, si è quello, che trovasi nella chiesa prepositurale mitrata de' SS. Egidio, ed Omobuono, ed è il primo, passatala cupola, nella nave laterale dalla parte dell'Epistola, il quale in suo altare rappresentata la Vergine sopra le nubi, col Bambino in braccio, ed al basso S. Antonio Abate, e l'Arcivescovo S. Carlo. E tal'opera fu da lui fatta l'anno 1611. Parla di esso Antonio Campi sopra mentovato nella sua storia lib. 3, pag. 197”. (Notizie istoriche de' pittori, scultori, ed architetti cremonesi. Cremona, Ricchini 1774, p. 45).
In tutto al Lodi, sia in qualità di progettista che di esecutore di cartoni, sono state ricondotte almeno quattro serie di arazzi fiamminghi tra i più importanti del XVI secolo: il “Fructus belli” una serie di otto pezzi del tessitore di Bruxelles Jehan Baudouyn per Ferrante Gonzaga 1545-47, di cui sopravvivono sei (Musée National de la Renaissance, Château d'Ecouen; Fondazione Edward James, West Dean College, Chichester, Inghilterra; Musei Reali d'Arte e Storia, Bruxelles); La vita di Mosè (Châteaudun Castle, Monuments Historiques, Francia), una serie di dodici pezzi tessuta da Willem Dermoyen (e forse Peter van Oppenem) per Ferrante Gonzaga tra il 1545 e il 1550; i “Puttini” ((collezione Giannino Marzotto, Trissino), un set di sei pezzi intessuto da Willem de Pannemaker per Ferrante Gonzaga tra il 1552 e il 1557 ed infine le “Storie di Mercurio e Herse” di cui esistono una serie di otto pezzi di cui uno completo e due gruppi parziali nel Metropolitan Museum, nel Palazzo del Quirinale e varie collezioni spagnole private, intessuto dai Willem Dermoyen (attivo 1520 a ca. 1548 a Bruxelles), tra il 1545 ed il 1550 e da Willem de Pannemaker verso il 1570.

La visione di Aglauro, MOMA, New York
Poco si sa delle prime fasi della vita e della formazione artistica di Giovanni Battista Lodi, ma dovette nascere probabilmente intorno al 1520 perchè già nel 1540 era consulente della corte imperiale per valutare il valore di quattro quadri del pittore fiammingo Frans Borreman. Sicuramente, qualunque fosse l'attività svolta in quegli anni, Lodi era una figura di un certo peso nel settore dell'industria tessile e nella produzione di arazzi, e nelle Fiandre si svolse gran parte della carriera e della sua fortuna artistica, probabilmente al seguito del banchiere cremonese Gian Carlo Affaitati. Quest'ultimo era stato inviato dallo zio Giovan Francesco a dirigere la nuova filiale di Anversa per il commercio, oltre che della canna da zucchero, delle spezie provenienti dal Portogallo, e proprio sotto la sua direzione, dopo la morte dello zio avvenuta nel 1528, l'azienda raggiunse la sua massima espansione con filiali in tutta Europa. E proprio a Lier, nei pressi di Anversa, nella casa dell'Affaitati, si trasferì nel 1550 anche Giovan Battista Lodi, lasciando la propria abitazione di Bruxelles, dove aveva abitato tra il 1540 ed il 1549 conducendo una bottega con l'apprendista Conrad Schot, in seguito divenuto uno degli aiuti di Antonis Mor van Dashorst.
In una disposizione a Bruxelles per il Procuratore Generale del Brabante nel dicembre 1553, Schot, che aveva ventisei anni, dichiarava di essere stato l'apprendista di un artista italiano chiamato "Johan Baptista", che viveva nel Hoochstrate, per un periodo di circa quattro o cinque anni. Schot deve essere stato con Lodi dal 1544 al 1549, dopo aver lavorato con Anthonis Mor per un anno e mezzo e con Jan Maes per tre anni dopo. Come Mor e il suo allievo Maes specializzato nella ritrattistica, è possibile che anche Schot si sia addestrato nella bottega di Lodi. Lo stesso "Jan Baptista" è stato descritto in un secondo e più lungo documento come "un italiano e un ricco" che ha poi abbandonato la pittura "perché aveva abbastanza da vivere ed era vecchio in anni" e viaggiò a Lier per vivere con il signor Jan Carlo. Questo "Jan Carlo" era Gian Carlo Affaitati.
Secondo quanto sostiene lo storico Jean Denucé (Inventaire des Affaitati, banquiers italiens à Anvers, de l'année 1568, Anversa, De Sikkel, 1934) Lodi avrebbe anche realizzato opere per Gian Carlo, di cui si trova notizia in un inventario dei beni famigliari steso dal cugino Giambattista a favore dei nipoti, dopo il ritiro dagli affari dello stesso Gian Carlo nel 1545. Secondo Gianni Toninelli potrebbe essere attribuito al Lodi un ritratto di Gian Carlo Affaitati ricordato nel 1576 e poi ancora nel 1635 nella collezione della famiglia nobile cremonese Sforzosi, commercianti anch'essi ad Anversa e collezionisti di opere ed arredi fiamminghi, di cui si è persa traccia.

La visione di Aglauro, MOMA, New York
Decisamente più importante, però, il ruolo svolto da Gian Battista Lodi nel settore dell'arazzeria in qualità di valutatore, grazie, con ogni probabilità, al fatto di avere lavorato come pittore e disegnatore di cartoni al servizio di Ferrante Gonzaga, divenuto duca di Milano nell'aprile del 1546 e nel 1557 comandante delle truppe asburgiche in Fiandra, nella preparazione della campagna culminata con la battaglia di San Quintino il 10 agosto, e poi morto a Bruxelles il 16 novembre. Nella capitale del ducato Ferrante commissionò l'ampliamento e il restauro del palazzo ducale, avviò la risistemazione dell'area monumentale del duomo, dotò la città di un ampio circuito di mura bastionate, mentre il suo architetto Domenico Giunti progettò la risistemazione della Gualtiera, villa suburbana acquistata nel 1547, l'attuale villa Simonetta.
Il ruolo di Giovan Battista Lodi è particolarmente significativo nell'esecuzione del famoso ciclo di arazzi del “Fructus belli”. Ferrante Gonzaga era un grande collezionista di arazzi e con ogni probabilità prima di fare il proprio ingresso a Milano il 19 giugno 1546, ne commissionò una serie di otto agli arazzieri di Bruxelles. Che Lodi fosse impegnato in questa attività è confermato in due lettere che l'arazziere Jeahn Baudouyn inviò successivamente a Ferrante. Nella prima, scritta da Bruxelles il 15 giugno 1547, Baudouyn chiedeva ulteriori fondi per gli arazzi raccontando che Lodi e Giovanni Balbani, un mercante di Lucca che operava ad Anversa con gli Affaitati, avrebbero valutato la serie completa e spiegava che Balbani gli doveva ancora 250 monete d'oro ed aveva rifiutato ulteriori crediti. Successivamente, il 31 agosto 1547, Baudouyn scrisse nuovamente a Gonzaga dicendo di essere felice se "Jehan Baptiste Lodi pittore" avesse valutato le tappezzerie ultimate. Il 10 febbraio 1552, si sa che lo stesso Lodi scriveva da Lier una lettera, come consulente di Ferrante Gonzaga per una serie di arazzi che il governatore intendeva commissionare, senza specificarne il nome, ad un tessitore di Bruxelles che poi avrebbe tessuto l'arazzo della conquista di Tunisi per Carlo V. Anche se Lodi non ha menzionato il suo nome, questo tessitore deve essere stato Willem de Pannemaker, il cui marchio appare nella Conquista di Tunisi. La serie di arazzi senza nome che Gonzaga avrebbe voluto commissionare era probabilmente quella dei Puttini, che sarebbe stata infatti tessuta da Pannemaker tra il 1552 e il 1557, sulla base di un disegno di solito attribuito a Lodi.
Gli arazzi in questione includevano fili d'oro e argento, un particolare che ha permesso di identificarli con una serie di “Puttini” ora in una collezione privata. Questi ultimi presentano gli stessi tratti di una serie realizzata a Mantova per il fratello di Ferrante, Ercole, sui disegni eseguiti da Giulio Romano nel corso degli anni Quaranta. Nel gruppo di Ercole, però, i putti tra i vigneti sembrano recare in sè un simbolismo eucaristico, mentre il motivo presente nella serie di Ferrante sembra piuttosto un'evocazione dell'età d'oro, un soggetto che bene si legava al nuovo ruolo di governatore dello Stato di Milano. Stilisticamente, le figure dei putti e le composizione degli arazzi con i Puttini di Ferrante hanno molto in comune con le figure e i paesaggi del “Fructus belli” e delle “Storie di Mosè”, e uno degli arazzi dei Puttini rappresenta edifici che sembrano ricordare la Villa Gualtiera, la casa del governatore milanese.
Storie di Mercurio ed Herse
Per queste ragioni si è ipotizzato che l'ideazione e la progettazione dei cartoni dei tre gruppi di arazzi siano opera dello stesso atelier di pittori e disegnatori, e in forza del ruolo avuto da Lodi nei negoziati per l'esecuzione della serie dei Puttini, Delmarcel ha suggerito la sua partecipazione anche alla stesura dei cartoni preparatori. Solo nuove ricerche d'archivio, unite ad uno studio approfondito dei modelli della serie di Mosè, potranno meglio delineare l'identità e il carattere di questo artista cremonese, che avrebbe potuto avere un ruolo anche molto più importante di quanto non sia stato ancora identificato, per la progettazione e la preparazione dei cartoni di alcune delle più importanti tappezzerie dei 1540.

Come ha rilevato Nello Forti Grazzini, un'altra serie che richiede ulteriori ricerche in questo contesto è quella degli otto pezzi che costituiscono le “Storie di Mercurio e Herse”, di cui esistono esemplari di altissima qualità, come abbiamo detto al Metropolitan Museum, al Quirinale e in varie collezioni spagnole private. Il gruppo più recente porta il marchio di una tappezzeria identificata con la bottega di Dermoyen, mentre in seguito compare il segno di Willem de Pannemaker. Sulla scorta della storia raccontata nelle Metamorfosi di Ovidio, la serie rappresenta figure idealizzate in paesaggi italiani eseguiti dal vivo, con echi di modelli di scuola raffaellesca in diverse scene. Sulla base di considerazioni stilistiche, la stesura di questa serie può probabilmente essere collocata alla fine degli anni '40. Le citazioni dai disegni della scuola di Raffaello hanno condotto i cgli studiosi precedenti ad ascrivere la storia di Mercurio e Herse a una varietà di allievi del maestro, tra cui Giovanni Francesco Penni e Tommaso Vincidor. Tuttavia, la probabile data di stesura della serie e gli evidenti caratteri stilistici che la legano agli arazzi del “Fructus belli” e alle “Storie di Mosè” suggeriscono che la serie è stata progettata e creata dallo stesso gruppo di disegnatori e cartonisti che risentono degli elementi di scuola raffaellesca trasmessi attraverso l'officina di Giulio Romano a Mantova.

sabato 7 ottobre 2017

A Voltido il "nostro" Novecento

Un gruppo di comparse alla cascina Badia
“Novecento”, l'affresco disincantato del secolo breve di Bernardo Bertolucci, è tornato restaurato al Festival dei cinema di Venezia e sarà di nuovo nelle sale ad aprile 2018. Un'occasione per andare a rivedersi un film che ha fatto storia, girato tra la bassa cremonese, parmense e reggiana con gente della bassa. Quando, dopo 11 mesi di riprese, il regista annunciò la fine del lavoro sul campo, se ne erano già andati 160.000 metri di pellicola. Il primo giro di manovella era stato il 2 luglio 1974 e la lavorazione si è svolta quasi interamente nella bassa zona intorno a Parma,  tra Busseto, Mantova, Poggio Rusco, Rivarolo del Re e Guastalla . A Rivarolo Bertolucci ci era già arrivato qualche anno prima, nel 1969, in cerca di una location per “La strategia del ragno”, aveva visto la balera di Maria Priori e l'aveva affittata per girare una delle ultime scene, quella del ballo all'aperto al ritmo di “Giovinezza”. Aveva anche conosciuto Piero Longari Ponzone, nella cui villa aveva girato alcune scene, per poi sceglierlo per sostenere il ruolo del cavalier Pioppi, facendolo sposare nella finzione ad Alida Valli in “Novecento”. Per cui, quando quella mattina del 17 ottobre 1964, Bertolucci fu visto passeggiare nelle strade di Piadena, la gente non si stupì. Si sapeva che da qualche giorno il regista aveva affittato, sembra per due mesi, la cascina Badia. Nei giorni precedenti, inoltre, Bertolucci aveva reclutato un gruppo di ragazzi che gli erano serviti come comparse in alcune scene girate a Busseto. Per il regista di Parma si trattava di un ritorno nelle campagne cremonesi: alcune riprese della prima parte del film erano state effettuate tra Casalmaggiore e San Giovanni in Croce, tra il parco della villa e la cascina Fenilone. La troupe, per tutta la durata delle riprese, aveva la propria base alla cascina “Corte delle Piacentine” nei pressi di Roncole Verdi, frazione di Busseto, dove abitavano stabilmente una trentina di persone tra cui Demesio Lusardi  a cui Bertolucci affidò il ruolo di Censo Dalcò. Nel mantovano la troupe girò alcune scene al santuario delle Grazie di Curtatone e in una villa di San Prospeto a Suzzara, mentre nel cimitero vecchio di Poggio Rusco venne girata l'esecuzione del fascista Attila. La festa dei contadini è invece localizzata nel grande fienile a tre navate della cascina Badia di Voltido, simile alle volte in laterizio di una cattedrale. E' qui, che una fredda mattina autunnale, arrivò il cronista de “la Provincia”, Giuseppe Ghisani, a cui dobbiamo il racconto delle riprese girate in cascina:

Il set sotto il barchessale
Anche alla Badia, la vecchia cascina di Bellingeri a Voltido, si fa festa. Nella vasta aia in terra battuta con al centro il rosone in pietra è l'animazione che caratterizza le occasioni come questa. Donne e bambini in promiscuità, le prime hanno smesso il grembiule di tutti i giorni e hanno tirato fuori dal comò il vestito nero lungo fino ai piedi e lo scialle trapuntato, dello stesso colore, che adesso portano in testa e che scende fin sotto le spalle; i secondi avvolti nei loro tabarri e in testa il cappello nero dalle falde larghe e dritte. Dal fienile sotto il lungo e fantastico barchessale giungono le note di una mazurca, al suono delle trombe e dei clarini di alcuni musici si balla e si gioca sulla paglia, senza curarsi troppo della nebbia che s'infiltra fin lassù e del freddo che il tepore della stalla sotto non riesce a mitigare. E' una scena d'altri tempi, trenta, quaranta cinquant'anni fa, ma che ritorna grazie alla magia del cinema; gli uomini e le donne con i vestiti buoni raggruppati nell'aia sono le comparse, tutta gente di Voltido e dei paesi attorno, che aspettano il segnale per salire sul fienile a far da corona alla festa che si sta 'girando'. Dice una donna florida e bersagliera a dispetto dell'età non più giovane: «Mi danno diecimila lire al giorno, però c'è chine prende di più, venti, anche venticinquemila, ci pagano a seconda della parte che abbiamo». C'è anche suo marito tra le comparse, un uomo robusto quanto lei, baffi folti macchiati di bianco, portamento fiero. Le comparse, persone anziane per lo più, sono state reclutate con manifesti a Voltido e nella zona, è gente umile, semplice, il regista ha scelto quelli i cui volti meglio si collocano nella sua storia, e devono essere volti di contadini degli anni Venti, smunti e magri per gli stenti della fame. E il set di 'Novecento' che il regista Bernardo Bertolucci da alcuni giorni e fino a martedì ha trasferito a Voltido dove sotto il barchessale della Badia ha ambientato questo ballo di contadini al centro del quale sono i protagonisti dell'intera vicenda filmica, vale a dire gli attori Robert De Niro, Gerard Depardieu, Dominique Sanda e Stefania Sandrelli. I primi due sono i nipoti di due vecchi patriarchi: Burt Lancaster, un proprietario terriero dal nome, Berlinghieri, simile nel suo a quello del 'padrone' della Badia, Bellingeri, che ha come antagonista Sterling Hayden, un contadino, Dalcò; le due attrici sono le loro mogli. Il film vuole essere un grandioso affresco di settant'anni di vita padana vista attraverso le vicende dei componenti di queste due famiglie affiancati in un eterno conflitto sociale e uniti da una indissolubile amicizia.
La presenza della troupe è un avvenimento per Voltido, un paesino di duecento anime, che in questi giorni conosce un'animazione insolita. Sull'aia della Badia, tra le comparse in attesa, non mancano i curiosi. È davvero una gran festa, ci sono anche il segretario comunale ed il maresciallo dei carabinieri. Sembra che in un primo momento padron Bellingeri non volesse concedere la sua cascina alla troupe di Bertolucci; a convincerlo sarebbe intervenuto il farmacista che nei nostri paesi è ancora un'autorità. Parlando del suo film Bertolucci ha detto: «E' la storia di due personaggi che fatalmente nascono lo stesso giorno, un mattino d'estate all'inizio di questo secolo. Uno è figlio del padrone, l'altro del contadino. E' la loro storia, ma ci sono molte altre cose (le prime lotte dei lavoratori dei campi contro i padroni, gli scioperi del 1908, il periodo fascista, quello della Resistenza, ndr). Nel film c'è una 'giornata simbolo', il 25 aprile 1945, che contiene tutto il secolo, non solo il passato ma anche il presente». Bertolucci ha anche detto: «Questo è un racconto che coinvolge non solo i miei ricordi, ma anche quelli di mio padre, di mio nonno». I suoi ricordi. Sono quelli di un ragazzo che ha vissuto nella bassa – è parmigiano – e che ora nella bassa, lascia volutamente senza confini a significare l'universalità del rapporto che unisce e divide i protagonisti del racconto cinematografico, ha calato il suo 'Novecento'. Mi spiega Bertolucci che nei suoi ricordi di bambino ci sono cascine grandi, immense, che sono tali proprio perchè allora le vedeva così. E queste dimensioni ha cercato di rispettare nel suo film. A Buseto sta girando in un cortile vastissimo, adesso sopra questo fienile incredibile tant'è maestoso.
Nell'aia della cascina Badia
Come vi è giunto? Perchè l'ha scelto? E' arrivato fin qui per caso – precisa - andando in giro, guardando, chiedendo, cercando luoghi e creando situazioni sempre corrispondenti alla geografia dei suoi ricordi. Ha scelto questo fienile e non un altro «perchè è talmente grande e bello da sembrare costruito in uno studio di posa invece è reale, vero». Sul fienile l'ambientazione è curata nei minimi particolari: gli abiti degli attori e delle comparse come quelli che si portavano nel 1920, qualcuno autentico, gli altri opera della sarta della troupe; la pista da ballo improvvisata ai piedi delle balle di paglia sopra le quali sono i musicisti, un'orchestrina estemporanea che suona valzer e mazurche; la nebbia che inonda gli ampi volti del barchessale creata artificialmente da una macchina spruzzatrice manovrata sotto da un operatore. Il tutto nell'atmosfera rarefatta e struggente della rievocazione creata attraverso un sapiente ed equilibrato dosaggio delle luci che il technicolor renderà magnificamente.
In fondo al fienile è piazzata una rudimentale cucina da campo. Su fuoco, immerse in un pentolone colmo di olio, friggono le frittelle,sul tavolo bottiglioni e bottiglie di vino. Qualcuno abbrustolisce castagne sopra i generatori della corrente. Fa freddo. Tra un ciak e l'altro Stefania Sandrelli, intirizzita, si rifugia accanto al fuoco e cista fino all'ultimo, Dominique Sanda si avvolge le gambe in una spessa coperta, le comparse fugano il pericolo di congelamento mangiando frittelle. Poi Bertolucci, lasciato il giornalista curioso ed indiscreto, chiamerà tutti un'altra volta e sul fienile della Badia la lunga vicenda contadina del Berlinghieri e del Dalcò si arricchirà di nuovi fotogrammi.

Nel corso delle riprese vi furono anche inconvenienti, come quello accaduto nella notte del 30 novembre 1974, quando un incendio 'controllato' acceso per esigenze di scena durante la lavorazione del film si trasformò in un incendio reale. La troupe aveva girato a Polesine Parmense, un paese sul Po, la scena dell'incendio, provocato dai fascisti, di una casa del popolo, utilizzando un vecchio stabile fuori del paese. A scena conclusa, gli addetti avevano spento tutto. Qualche focolaio doveva essere però rimasto e durante la notte il fuoco si estese sviluppandosi nella mattinata nei piani superiori e nel sottotetto. Fu necessario l'intervento dei vigili del fuoco per avere ragione delle fiamme.
In un'intervista rilasciata nel 2006 a Giacomo Papi Bertolucci ricorda un episodio curioso con protagonista Pierpaolo Pasolini che nelle stesse settimane stava girando a Mantova “Salò”: “Lui girava Salò vicino, a Mantova. Così, il giorno del mio compleanno, organizzammo una partita di calcio. Vinse Novecento, ma fu molto peggio di Moggi e della corruzione di oggi. Dovevano giocare le due troupe, invece, dopo i primi cinque minuti, notammo visi sconosciuti in entrambe le squadre. Qualcuno ci disse che avevano chiamato dei professionisti, riserve del Parma, giovani della Lazio… Una ventina di minuti prima della fine, Pier Paolo chiese di uscire perché non gli passavano la palla, erano diventati tutti furiosi… Alla fine era molto di malumore. Aveva visto una tendenza anche in ciò che lì era avvenuto”.


Il film narra la storia di due italiani nati entrambi il 27 gennaio 1900 nello stesso luogo (un'azienda agricola emiliana), ma su fronti opposti: Alfredo è figlio di ricchi proprietari, i Berlinghieri, Olmo è figlio di Rosina, contadina, della medesima azienda. In una scena si vede Giovanni padre di Alfredo, che pronuncia parole affettuose nei confronti di Olmo invitandolo dolcemente a rientrare in casa, potrebbe lasciar intendere che Alfredo sia fratellastro di Olmo. Le lotte contadine e la Grande Guerra dapprima, e  il fascismo con la lotta partigiana per la Liberazione poi, sono al centro dei fatti che si susseguono, con al centro, e per il filo conduttore, la vita dei due nemici–amici, impersonati in età adulta da Gèrad Depardieu (Olmo) e da Robert De Niro (Alfredo). Burt Lancaster, nel ruolo del nonno di Alfredo, e Donald Sutherland nel ruolo violento, cinico e spietato Attila, chiamato con la sua ferocia asservita al potere e rappresentare l’arrivo devastante del fascismo in un paese dove la ricca borghesia iniziava a temere le varie organizzazioni socialiste a difesa dei lavoratori, sono alcuni degli altri indimenticabili volti di questa pellicola. L’ultima parte del film si riallaccia alle scene iniziali, quando, durante il sospirato giorno della Liberazione, Attila viene finalmente giustiziato nel cimitero, di fronte alle tombe delle sue vittime, e Alfredo viene preso in ostaggio da un ragazzino armato di un fucile ricevuto dai partigiani. Olmo, creduto morto, ricompare ed inscena un processo sommario al Padrone Alfredo Berlinghieri. Il legame di amicizia prevale e Olmo “condanna” Alfredo ad una morte virtuale (in realtà sottraendolo al linciaggio), inizialmente poco compresa dagli altri paesani, ma alla fine coralmente accettata con una sfrenata e liberatoria corsa nei campi, sotto l’enorme bandiera rossa cresciuta e tenuta nascosta durante il ventennio. Sopraggiungono, con autocarri, rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale, incaricati del disarmo dei partigiani. Proprio Olmo accetta per primo di deporre il fucile dopo aver sparato in aria per simboleggiare l’esecuzione della parte vile e malvagia del suo amico più caro. Alfredo ed Olmo iniziano così a scherzare di nuovo, accapigliandosi come bambini. Il film si chiude su due amici che, ormai anziani, continuano ad azzuffarsi nei luoghi dell’infanzia, con Olmo che continua, come faceva da bambino, a sentire la voce del padre ( mai conosciuto) in un palo del telegrafo e Alfredo che goliardicamente si uccide come da piccolo si stendeva per gioco e imitando lo spericolato Olmo sulle traversine dei binari del treno in arrivo. 

mastro Maffiolo, vetraio e arazziere

Le vetrate dell'abside del duomo di Milano
Il duomo di Milano possiede straordinarie vetrate gotiche che costituiscono un'affascinante Bibbia luminosa ed uno dei più interessanti esempi dell'arte vetraria italiana. La loro stesura seguì passo passo le vicende edilizie del cantiere quando già nella prima fase dei lavori si presentò il problema di chiudere con vetri le grandi finestre. La prima soluzione proposta nel 1397 prevedeva semplicemente la messa in opera di vetri colorati, ma già qualche anno dopo si decise di dare alla finestre delle vetrate istoriate, decorate in modo da costituire il racconto visivo con cui Dio si manifesta al suo popolo attraverso la luce, immagine stessa di Cristo. Il cantiere, in realtà, si è chiuso solo nel 1988 con il compimento delle finestre sulla facciata, dopo sei secoli di lavori in cui si sono alternati i maggiori maestri vetrai, da Michelino da Besozzo a Stefano da Pandino, da Pellegrino Tibaldi all’Arcimboldo, oltre a un’infinita serie di maestri lombardi, fiamminghi e internazionali come l’ungherese Giovanni Hajnal dell’ultimo lavoro. E tra i primi artisti che si cimentarono nell'impresa vi fu anche un cremonese, ricordato nei Registri della Veneranda Fabbrica del duomo di Milano con il nome di Maffiolo, non solo in qualità di “magister” vetraio, ma anche come “rechamatorem”, cioè arazziere. Di questo artista sicuramente importante, almeno a giudicare dalle vicende in cui fu coinvolto a Milano, e della sua famiglia, non è rimasta alcuna traccia negli storici locali. Al punto tale che si è pensato che in realtà la sua formazione artistica sia avvenuta a Milano, dove potrebbe essere giunto al seguito di Bonino da Campione, lo scultore campionese attivo nel duomo di Cremona agli esordi della sua carriera, che nel 1357 aveva firmato il sarcofago di Folchino Schizzi, oggi collocato sotto la Bertazzola alla destra del protiro maggiore della Cattedrale. Bonino, destinato a diventare nel corso del XIV secolo il maggior rappresentante della produzione plastica lombarda, era entrato a far parte del Consiglio della Fabbriceria del duomo milanese nel 1388, dopo essere stato nel corso degli anni Settanta uno degli scultori preferiti dai Visconti. Qui Bonino lavorò fino al 1397, contemporaneamente a Iacopo da Campione, autore della lunetta della porta della sacrestia settentrionale e ingegnere della Fabbrica accanto a Giovannino de' Grassi che, con le sue ricerche naturalistiche, rappresentava il maggior interprete dell'arte gotica lombarda, precedente gli influssi che avrebbe poi esercitato il gotico internazionale. Sono gli anni in cui gli artisti lombardi difendevano la tradizione locale contro gli influssi delle maestranze tedesche, rappresentate dallo scultore Hans Fernach e dall'architetto Heinrich Parler di Ulma.
La creazione degli animali e delle piante
Conclusasi questa fase con la morte dei suoi protagonisti, il panorama degli scultori presenti a Milano fu dominato da personalità come Jacopino da Tradate, Matteo Raverti e Niccolò da Venezia, che operarono secondo i modelli loro forniti da Paolino da Montorfano e Isacco da Imbonate. Paolino da Montorfano è il più antico pittore con questo cognome, ricordato nelle carte dell'archivio della Fabbriceria, quando il 3 agosto 1402 si offriva per dipingere alcune storie di santi per le vetrate del duomo. Allo stesso anno risale la prima citazione del nostro Maffiolo come vetraio e come "magister" impegnato nella fase di costruzione e decoro architettonico dell'edificio. Maffiolo compare in un documento del 30 maggio 1402 come membro della commissione chiamata a giudicare il disegno per il finestrone centrale dell'abside del duomo, progettato da Filippino da Modena: è indicato come il disegnatore e il supervisore del tondo con la "collumbeta", l'aquila che orna lo straforo terminale della finestra. Due sculture in marmo serpentino con lo stesso soggetto, che con questa denotano evidenti somiglianze formali, conservate oggi al Museo del Duomo di Milano senza che ne sia conosciuta la provenienza, potrebbero essere ricondotte alla progettazione ed esecuzione da parte di Maffiolo che, dunque, sarebbe stato anche scultore. Si è ipotizzato infatti il suo intervento anche per un capitello pensile dello zoccolo esterno del duomo raffigurante una Testa di vecchio con grappolo d'uva, già attribuito a maestranze nordiche attive nel cantiere alla fine del XIV secolo, ma riconducibile a Maffiolo per il confronto con le linee nette e flessuose della "collumbeta" e la somiglianza con il volto del Padre Eterno, effigiato nelle vetrate che l'artista cremonese realizzò a partire dal 1417.
Nel 1429, però, Maffiolo è indicato nei documenti anche come "magistrum rechamatorem", a testimonianza della particolare eccellenza in quest'arte, della quale però nulla è rimasto. Non è un fatto strano, dal momento che nel medioevo sono noti casi di grandi artisti che praticarono più di un'arte, senza dimenticare il fatto che Maffiolo proveniva da una città dove la fabbricazione ed il commercio dei panni di lino e di cotone era fiorente fin dalla metà del Duecento e non è fuori luogo ritenere che, accanto a tessitori, curatori, manganatori e tintori vi fossero anche artisti impegnati in questo tipo di lavorazione. A Pavia, ad esempio, nel 1410 era attivo come ricamatore Teodorico di Fiandra, mentre nel 1420 è ricordato a Mantova come”tapezarius” e “magister a paramentis” un certo “Zaninus de Francia” che avrebbe fornito disegni per arazzi. Un altro “Francisco de Mantua” è citato in alcuni documenti degli Archivi Vaticani come “rechamatori” tra il 1417 ed il 1420. Francesco Malaguzzi Valeri ricorda un certo Stefano ricamatore che nel 1456 aveva impegnato a Soncino una stoffa sottratta al conte Carlo da Motone, e nel 1459 un tessitore, Pietro Mazzolino, che aveva aperto a Milano un laboratorio di velluti e sete ricamate.

La creazione dell'Universo
Il maggiore impegno di Maffiolo nella Fabbrica del duomo fu senz'altro nell'ambito della realizzazione delle vetrate del coro, di cui restano solo pochi antelli sopravvissuti alla distruzione e agli spostamenti ottocenteschi. Si tratta delle vetrate con la Creazione degli animali e delle piante, della creazione dell'Universo e della creazione dell'uomo già assegnati da Monneret de Villard a Niccolò da Varallo ma riportate poi a Maffiolo in seguito al ritrovamento di numerosi pagamenti per la loro esecuzione. La messa in opera di vetrate istoriate nel duomo milanese era cominciata agli inizi del XV secolo con la commissione delle finestre della sacrestia, per eseguire le quali arrivarono Antonio da Cortona e Niccolò da Venezia. Con il procedere dell'elevazione dell'edificio, seppur relativamente tardi, nel 1414 i fabbriceri Beltramino da Bollate e Giorgio de Lavizzi vengono incaricati di cercare un artista che sia in grado di decorare con vetrate i tre grandi finestroni dell'abside, dopo la conclusione del grande rosone centrale della Raza dedicato al duca Galeazzo Visconti. Un'impresa colossale che avrebbe comportato la realizzazione di trecento antelli rettangolari ed altrettanti per i tre rosoni. Scelgono Zanino Angui de Normandia a cui vengono consegnati vetro, ferro e piombo, ma intanto vogliono verificare anche le capacità dei numerosi artisti locali che nel frattempo si sono offerti, tra cui Maffiolo da Cremona e Franceschino Zavattari. Maffiolo è già impegnato in diversi lavori, ed è di volta in volta indicato come recamatorem‘, ‘de la rama’,’faber’; Franceschino invece appartiene alla famiglia degli Zavattari, famosi frescanti. Nessuno di loro in effetti è uno specialista maestro vetraio. Il 29 febbraio 1416 Zanino Angui presenta un gruppo di antelli già eseguiti ad una commissione di esperti, tra cui vi è anche un altro cremonese, Stefano da Pandino, abitante a Milano dove conduce una bottega di pittore insieme al padre Lanfranco. Evidentemente allettato dalla possibilità di lavorare nel cantiere del duomo, lo stesso Stefano qualche mese dopo presenta un antello di prova offrendosi di eseguirlo a proprie spese purchè gli venga messo a disposizione il materiale necessario. I fabbriceri, a loro volta pressati dalle difficoltà economiche, nel 1417 accettano la proposta e riforniscono Stefano di una grande quantità di vetro necessario alla realizzazione di venti antelli e alla fine di ottobre assegnano a Maffiolo l'esecuzione delle altre due finestre absidali, dopo un duro confronto con Franceschino Zavattari, a cui erano state appaltate in un primo tempo. Per eseguirle Franceschino si era impegnato ad acquistare il vetro a proprie spese, ma evidentemente non aveva convinto del tutto la Veneranda Fabbrica, che aveva preferito anticipare invece 540 lire a Maffiolo. 
La creazione dell'uomo
Nel maggio del 1418, al momento della consacrazione dell'altare maggiore da parte del papa Martino V, provenente da Basilea e diretto a Roma, le vetrate non sono ancora pronte ed i nuovi pannelli vi sono apposti in modo provvisorio. Il 10 marzo 1420 i venticinque antelli di Maffiolo, costituenti il primo quarto della vetrata, vengono esaminati dalla commissione della Fabbrica, tra cui anche un esperto, Tomaso degli Umiliati di Brera. Ma vi è un ritardo nell'esecuzione dei pannelli, ed inizia un contenzioso con la Veneranda Fabrica, a dirimere il quale viene chiamato nell'agosto Michelino da Besozzo, "pictorem superno et magistrum a vitratis in totum". Nei dieci mesi successivi Maffiolo realizza e consegna un altro quarto del finestrone e nell'agosto del 1421 ha finalmente fine con il pagamento di 22 antelli per la vetrate grande. Nel 1424 è registrato il pagamento del lavoro e l'anno successivo gli viene fatto credito per la concessione di altro vetro insieme con Paolino da Montorfano.

L'ultima opera documentata di Maffiolo è del 1427: si tratta della commissione di due insegne di Filippo Maria Visconti da porre sopra uno stendardo in campo d'oro, per le quali gli furono computate le spese per l'oro, l'argento e la seta. Un'attività legata evidentemente alla sua competenza di "magistrum rechamatorem", che testimonia gli ambiti dell'attività figurativa della sua bottega, continuata presumibilmente dal figlio Giovanni. Di Maffiolo non è nota né la data né il luogo della morte.

giovedì 27 luglio 2017

218 a.C. Cremona sfida Annibale


Il busto di Annibale ritrovato a Capua
Per tener vivo l'interesse turistico suscitato dalla mostra del Guercino, Piacenza si appresta ad ospitare nel 2018 una grande mostra dedicata ad Annibale nei sotterranei del palazzo Farnese, approfittando dell'assonanza con il 218 a.C. quando il condottiero cartaginese sconfisse i Romani nella battaglia della Trebbia. Cremona, che pure ad Annibale deve in fondo la sua stessa esistenza, con scarsa originalità ha deciso di puntare tutto sui personaggi del Novecento: don Primo Mazzolari, Mina, Danilo Montaldi e il Premio Cremona”, il cui appeal resta strettamente locale. Un'occasione persa per rinverdire, esattamente a vent'anni di distanza, i fasti della grande mostra archeologica della Postumia, quando la soglia di Santa Maria della Pietà fu varcata da settantamila visitatori. E il materiale da esporre di certo non manca. Basti pensare che abbiamo prestato un elmo celtico in bronzo, proveniente da Pizzighettone, addirittura a Barletta, nel cui territorio si trova Canne, per organizzare lo scorso autunno, guarda un po', proprio una mostra dedicata al viaggio di Annibale, dove il pezzo forte era rappresentato dalla corazza dell'eroe cartaginese, proveniente dal museo del Bardo di Tunisi. La stessa corazza che, prima di tornare in Tunisia, viaggerà con altri pezzi celtici e romani alla volta di Piacenza. Insomma le due colonie gemelle, fondate sulle sponde del Po per fronteggiare l'avanzata dell'esercito cartaginese verso Roma, hanno diviso i loro destini proprio su questa importante occasione, tale da fornire a Piacenza il biglietto da visita ideale per candidarsi a capitale della cultura per il 2020.
Quando Annibale, nel settembre del 218 a.C., valicate le Alpi si presentò nella Pianura Padana, trovò solo una città in grado di tenergli testa: uno sperduto avamposto su uno sperone roccioso della riva sinistra del Po, nel mezzo di un territorio occupato dalle tribù galliche in rivolta, dove seimila spaventati coloni latini erano stati inviati in tutta fretta per difendere i confini, dapprima dall'aggressione dei riottosi galli Boi, e poi dalle soverchianti truppe cartaginesi che, seppure decimate dall'inverno alpino, erano pur sempre dotate di una fortissima cavalleria, dove spiccavano gli elefanti. Cremona, come la gemella Piacenza, era stata fondata solo qualche mese prima, secondo le ultime ricerche i primi di giugno del 218, anche se è possibile che fin dal 222 esistesse un avamposto insediato in territorio gallico, dopo l'accordo stipulato con i Cenomani. Erano momenti storici particolarmente convulsi, quelli a cui fa cenno Tito Livio: nel 225 a.C. vi era stato un primo attacco dei Galli nell'Italia settentrionale a cui Roma aveva risposto inviando un contingente di 80.000 uomini, forniti anche dagli alleati latini, dando il via alla prima iniziativa militare aldilà del Po. Nel 222 Marco Claudio Marcello aveva sconfitto i Galli Insubri ed ucciso il loro capo Vertomaro, ottenendo di conseguenza la disponibilità di un vasto territorio. Secondo Polibio, invece, sarebbe stata proprio la notizia dell'imminente arrivo di Annibale nella Pianura Padana a spingere i Romani a stringere i tempi per la deduzione delle colonie, dando un mese di tempo ai coloni per raggiungere il luogo loro indicato che, evidentemente, era in qualche modo già noto.
Annibale contempla l'Italia dalle Alpi (F. Goya, 1771)
La situazione, però, ben presto, precipita. Nel maggio del 218 Annibale aveva lasciato la penisola iberica con un esercito di 90.000 fanti e 12.000 cavalieri, oltre a 37 elefanti. Il condottiero cartaginese doveva muoversi in fretta se voleva sorprendere le forze di Roma ed evitare l'attacco diretto a Cartagine; Annibale intendeva combattere la guerra sul territorio nemico e sperava di suscitare con la sua presenza in Italia alla testa di un grande esercito e con una serie di vittorie una rivolta generale dei popoli italici recentemente sottomessi da Roma. Il piano predisposto dai romani prevedeva invece che i fratelli Publio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione attaccassero Annibale mentre era ancora in Spagna, facendo leva sulle popolazioni locali, e nel frattempo fossero rafforzate le due colonie latine dedotte sul Po, Piacenza e Cremona. In questo contesto la notizia dell'imminente arrivo in Italia di Annibale, spinge i Galli Boi, già adirati per le assegnazioni agrarie ai nuovi coloni, a tentare un'azione armata con il sostegno degli Insubri nei confronti sia dei due insediamenti padani, che verso le terre occupate intorno ai due nuclei abitati, costringendo i coloni a fuggire verso est riparando a Mutina (Modena), rimasta interamente sotto il controllo romano, che viene stretta d'assedio. Tra i coloni che avevano trovato scampo a Mutina vi erano anche i triumviri incaricati dell'organizzazione della colonia di Piacenza, Publio Cornelio Scipione Asina, Papirio Masone e Gneo Cornelio Scipione. I tre deductores cremonesi, invece, Caio Lutazio Catulo, Caio Servilio Gemino e Marco Annio, che tentano di trovare un accordo con i Boi, vengono invece fatti prigionieri dai Galli ed a nulla serve un tentativo di liberarli compiuto dal pretore Lucio Minucio con la legione Quarta che, a sua volta, viene intrappolata dai Boi nella località di Tanneto, costringendo Roma ad inviare un altro contingente armato sotto la guida di un pretore, che però non riesce a liberare la legione prigioniera. I Boi, qualche mese dopo, offriranno i tre ostaggi ad Annibale che però consiglierà loro di tenerli in serbo in vista di uno scambio con prigionieri galli in mano dei romani. Tito Livio, che con Polibio si occupa di queste vicende, aggiunge anche una notazione curiosa e pungente sulla presunta pigrizia dei Celti, incapaci di sostenere l'assedio alla città e di bloccarne le vie di accesso.

Elmo bronzeo trovato a Pizzighettone
(seconda metà del III sec. a.C.)
Alla fine di settembre Annibale raggiunge la Pianura Padana e si accampa ai piedi delle Alpi per far riposare le truppe, impegnate per quindici giorni nell'attraversamento della catena montuosa e quasi dimezzate nei loro effettivi. Qui cerca di stringere un'alleanza con i Taurini, che si erano ribellati agli Insubri senza peraltro fidarsi troppo dei Cartaginesi, ma, non essendo riuscito nell'intento, stringe d'assedio la città di Taurasia, che dopo tre giorni capitola. Molti degli abitanti vengono messi a morte in modo da costringere le popolazioni limitrofe alla sottomissione. Una volta ottenuta la fedeltà delle numerose tribù celtiche Annibale decide di avanzare verso la pianura, ma viene a sapere che il console Publio Cornelio Scipione lo ha preceduto e lo attende a nord del corso del Po. Publio Scipione, infatti, una volta inviato il fratello Gneo in Spagna con la flotta e parte delle truppe, era ritornato in Italia, sbarcando a Pisa, ed attestandosi a Piacenza. Entrambi si apprestano a darsi battaglia, increduli per la rapidità dimostrata dall'avversario nei repentini spostamenti, avanzando lungo le sponde opposte del Ticino. Dopo due giorni di marcia, orami vicini, piantono gli accampamenti ed i romani, secondo Tito Livio, costruiscono anche un ponte sul Ticino, difendendolo con una fortificazione. Ne approfitta Annibale che, mentre i romani sono impegnati in queste operazioni, invia il suo generale Maarbale con una schiera di 500 cavalieri Numidi a devastare i campi delle tribù alleate dei romani, ordinando di risparmiare i Galli, in modo che i loro capi potessero in seguito defezionare a favore di Cartaginesi.
Lo scontro avviene a Viginti Columnae, una località non lontano dall'attuale Vigevano, verso la metà di novembre: i romani si era accampati a poco più di sette chilometri da Victumuli (forse l'odierna Lomello) dove a sua volta era accampato Annibale che, intuendo l'approssimarsi della battaglia, aveva richiamato in tutta fretta la cavalleria numida. Si trattò, in realtà., di uno scontro improvvisato, in quanto Scipione era andato in avanscoperta con i propri cavalieri romani e celti per spiare le condizioni dell'esercito nemico, senza immaginare che anche Annibale stava facendo la stessa cosa guidando la cavalleria numidico-iberica. Le due cavallerie si scontrarono frontalmente, dando vita ad un combattimento che per lungo tempo rimase equilibrato. Quando però i Numidi operarono l'accerchiamento alle "ali", caricando i soldati romani alle spalle, i velites, che inizialmente avevano evitato l'urto dei cavalieri nemici, vennero schiacciati dall'impeto numida. Gli altri, una volta assaliti alle spalle, si diedero alla fuga, disperdendosi, altri si strinsero attorno al console che, gravemente ferito, fu portato in salvo a Cremona Il resto dell'esercito romano raggiunse Piacenza, dopo aver sciolto le corde che legavano l'estremità del ponte sul Ticino, in modo da ritardare l'avanzata delle truppe cartaginesi. Annibale, dopo aver fatto circa 600 prigionieri, con due giorni di marcia riuscì a far passare il grosso dell'esercito cartaginese a sud del Po, sopra un ponte di barche, e pose l'accampamento a sei miglia da Piacenza, senza tuttavia forzare l'assedio alla città.
Un nuovo scontro avvenne il 18 dicembre sul fiume Trebbia. Dopo la battaglia del Ticino negli accampamenti romani vi era stata la rivolta degli ausiliari Galli che, dopo aver massacrato le sentinelle romane, in 2.000 fanti e 200 cavalieri erano passati dalla parte di Annibale. Scipione, prevedendo una rivolta generale, seppur ancora sofferente per la ferita riportata al Ticino, mosse da Cremona per spostarsi verso il fiume Trebbia in posizioni più elevate e collinari per meglio ostacolare la cavalleria cartaginese, e costruì un campo fortificato in attesa dell'arrivo delle legioni di Tiberio Sempronio Longo. Annibale, preoccupato per la scarsità dei viveri a disposizione all'approssimarsi dell'inverno, aveva occupato Clastidium, la fortezza-dispensa dove i Romani tenevano grandi riserve di viveri, in particolare di grano, grazie al tradimento del prefetto Daesio.
Spada celtica ritrovata a Romanengo
Inizialmente i Galli che abitavano la regione tra la Trebbia e il Po, di fronte a uno scontro tra popolazioni tanto potenti, preferirono mostrarsi amici di entrambi. I Romani che lo sapevano, ne tollerarono il comportamento, per evitare di avere ulteriori difficoltà. Ad Annibale invece spiaceva moltissimo poiché diceva di essere venuto in Italia per liberarli dal giogo romano, ma, per procurarsi i mezzi di sussistenza necessari all'esercito, aveva saccheggiato tutto i villaggi fino alla sponda destra del Po. I Galli avevano allora richiesto aiuto ai Romani, ma Scipione, dopo la rivolta negli accampamenti e ricordandosi del fatto che i Boi qualche mese prima avevano consegnato ad Annibale gli agrimensori cremonesi venuti a spartire le terre, non si fidava di loro. Tiberio Sempronio Longo, invece, che aveva affrontato vittoriosamente i cartaginesi in un primo scontro sul Trebbia in difesa degli alleati Galli, premeva per la soluzione veloce, probabilmente anche perché l'anno consolare volgeva alla fine e quindi la gloria, e i relativi vantaggi politici, di una vittoria su Annibale sarebbero toccati ai consoli successori. Publio Cornelio Scipione, ferito, cercava di prendere tempo, sia perchè riteneva che le legioni sarebbero state maggiormente preparate se avessero affrontato durante l'inverno un sufficiente addestramento, sia perchè sperava che i Celti, vista la forzata inattività dei Cartagine, avrebbero potuto voltar le spalle ad Annibale. Quest'ultimo, sebbene la pensasse quasi allo stesso modo di Publio Scipione, desiderava scontrarsi con i Romani il prima possibile: prima di tutto per meglio sfruttare l'ardore degli alleati Celti, almeno fino a quando gli fossero stati fedeli; in secondo luogo poiché le legioni romane erano state appena arruolate e poco addestrate e terzo, perchè sapeva che Publio, il migliore dei due consoli, era ancora ferito e non avrebbe potuto partecipare alla battaglia. Per questo motivo, quando seppe dagli esploratori mandati in avanscoperta che i Romani si apprestavano alla battaglia, il Cartaginese decise di giocare d'astuzia scegliendo un punto tra i due accampamenti dove si trovava una pianura priva di alberi, ma adatta ad un'imboscata, con un corso d'acqua dalle alte sponde, dove cresceva una vegetazione rigogliosa che gli studiosi hanno individuato ad est di Gazzola nei pressi di Rivalta. Qui fece nascondere le sue truppe, mandando il fratello Magone con la cavalleria numidica a provocare i Romani gettando dardi contro i posti di guardia. Sempronio cadde nel tranello, attraversando il fiume con tutta la cavalleria, la fanteria leggera e tutto il resto dell'esercito. Fu un strage: 10.000 soldati romani , stanchi, affamati, bagnati, ma compatti, riuscirono a ritirarsi in buon ordine a Piacenza. Dei resti dell'esercito romano una parte fu sterminata nei pressi della Trebbia dai cavalieri e dagli elefanti di Annibale, mentre indugiava a ripassare il corso del fiume gelido. La cavalleria e parte della fanteria romana riuscì inizialmente a tornare all'accampamento e poi, visto che le forze cartaginesi non riuscivano a passare il fiume per la stanchezza, irrigiditi dal freddo, oltreché dal disordine, a raggiungere Piacenza guidate da Publio Cornelio. Una parte dei Romani, infine, si spostò a Cremona, per non gravare con tutto l'esercito sulle risorse di una sola colonia.

La tomba celtica di Offanengo
Annibale non si curò più delle due colonie e proseguì la sua discesa dell'Italia, contando sul fatto che le tribù galliche dei Boi e degli Insubri si sarebbero, come avvenne, nuovamente ribellate, costringendo Piacenza e Cremona a resistere ad oltranza, creando ostacoli agli arruolamenti di Galli da parte dell'esercito cartaginese, ritardando la marcia di Asdrubale che, nel 207, ritentò l'impresa del fratello cingendo d'assedio Piacenza senza ottenere alcun risultato, ma rinunciando ad attaccare Cremona, protetta dal Po verso tutti gli assalti provenienti da sud. Nonostante il prolungarsi della guerra finisse con il minare la volontà di resistenza degli alleati, e si moltiplicassero le defezioni dei coloni, le due colonie gemelle resistettero ancora, fino al 206, quando i loro inviati posero davanti al Senato la questione dell'impatto che il conflitto aveva avuto sulle due comunità. Il senato si limitò ad ordinare ai coloni di rientrare, inviando in aiuto un pretore con un nuovo contingente militare. Il conflitto andò avanti e la guerra finì con il mutare il destino che fino ad quel momento aveva accomunato le due colonie. Nel 200 a.C. l'esercito cartaginese guidato da Asdrubale, unitosi ai Celti, compresi gli stessi Cenomani, mise a ferro e fuoco Piacenza, massacrando due terzi dei coloni che la abitavano, ma nulla potè contro Cremona, dove resistevano ancora gli abitanti protetti dalle strutture difensive, in attesa del soccorso che di lì a poco sarebbe arrivato con l'arrivo di un nuovo esercito consolare guidato da Lucio Furio. Nella furiosa battaglia in campo aperto, dove trovarono la morte Asdrubale e tre capi gallici, ebbero la meglio i Romani, che riuscirono a liberare duemila ostaggi catturati dai Galli a Piacenza. Annibale, sconfitto a Zama nel 202, si era ormai ritirato nella sua Cartagine. Per anni si è ritenuto che il luogo dello scontro fosse il quartiere Battaglione, anche se la notizia è priva di qualsiasi fondamento.
Numerosi sono invece i ritrovamenti archeologici che testimoniano la presenza del Celti nel nostro territorio ed il loro rapporto con i coloni romani. Per la fase più antica, tra il IV ed il III secolo a.C. si sono individuati nove ambiti con una distribuzione geografica lungo il corso del Serio, del Po e dell'Oglio. Spiccano poi i ritrovamenti di Pizzighettone con la presenza di una serie di elmi ritrovati nelle acque del fiume Adda, e quello di Rivolta d’Adda rappresentato dal tesoretto di dracme padane del terzo quarto del II secolo a.C. Vi è poi la tomba con il corredo di guerriero di Romanengo riconducibile alla seconda metà del III secolo a.C. ad un’area probabilmente sotto il controllo degli Insubri e la necropoli della Cascina Venina ad Isengo.


lunedì 17 luglio 2017

Enzo, il re cremonese

Adelasia di Torres incontra
il giovane Enzo di Svevia

E' uomo di singolare valore e coraggio, e guerriero prode, e sollazzevole quando gli piace, compositore di canzoni, e che in guerra sa andare audacemente incontro ai pericoli, è bel uomo di statura mezzana”. Così descrive Salimbene de Adam nella sua “cronica” re Enzo, il figlio bello e sfortunato di Federico II, non senza aggiungere che, a suo avviso, di tutti figli dell'imperatore svevo era “il più valente”. Enzo è noto soprattutto per avere dato il suo nome al palazzo bolognese in cui fu richiuso per ventitrè anni e per la fama che lo circonda di romantico eroe nordico, che, dalle finestre del suo carcere dorato, assiste impotente alla tragedia degli Honenstaufen dopo la morte del padre, alla misteriosa morte di Corrado IV ed a quelle tragiche di Manfredi e Corradino. Poco conosciuto, invece, è il rapporto particolare che per tutta la vita lo legò alla sua città natale, Cremona, al punto da commissionare ad un letterato cremonese, Daniele Deloc, quando oramai era già da anni prigioniero a Bologna dopo la cattura a Fossalta, la traduzione dall'arabo di un trattato di falconeria, la passione che aveva ereditato dal padre. Eppure, mentre il cortiletto di palazzo comunale è stato intitolato alla memoria del padre, nessun ricordo esiste nella sua città natale dell'unico re che vi abbia risieduto stabilmente e ne abbia fatto la sua corte ed il suo rifugio. Di Enzo non si sa nulla di preciso, prima della sua investitura a cavaliere nel 1238 a Cremona. E la cosa è abbastanza verosimile, vista la sua origine, forse neppure imperiale. Stando a quanto riferiscono due storici medievali a lui contemporanei, Riccobaldo da Ferrara e Francesco Pipino, sua madre sarebbe stata infatti una fanciulla cremonese. Ad onore del vero fino a qualche anno fa non erano mancate neppure altre ipotesi. Ad esempio il cronista di origine francese Giovanni di Viktring sostiene che Enzo fosse figlio di Bianca Lanza, nipote del marchese di Monferrato e madre di un altro figlio illegittimo di Federico II, Manfredi. Altri sulla scorta di Tommaso Tosco hanno ritenuto che fosse figlio di una tedesca, per il nome stesso di Enzo e perchè conosceva il tedesco. Ma per l'origine cremonese depongono altri elementi: ad esempio il fatto che Enzo nel suo testamento ricorda come sorella carissima una certa Caterina da Marano, di cui ci restano pochissime notizie, tra le quali, però, è di grande importanza il fatto che essa si sposò a Cremona nel 1247 con Giacomo Del Carretto. Enzo, inoltre, fu riconosciuto e creato cavaliere dal padre proprio a Cremona e fece poi di questa città un punto di riferimento costante in tutti i suoi spostamenti. Ci sono dunque molti elementi per poter ipotizzare che egli sia nato proprio a Cremona e qui abbia trascorso la sua fanciullezza. E' incerta anche la data della nascita, che ora viene posta verso il 1220. Infatti secondo alcuni storici, Enzo non avrebbe avuto ancora venticinque anni quando fu fatto prigioniero nel 1249 alla battaglia di Fossalta: il che presupporrebbe che egli fosse nato nel 1224. Contro questa convinzione si sono espressi altri storici più recenti i quali hanno ritenuto del tutto improbabile che Federico II nominasse suo figlio legato generale in Italia nel 1239 se questi avesse avuto a quell'epoca appena 15 anni, per cui si è dunque preferito spostarne la data di nascita verso il 1220. Per la verità, non ci sono ulteriori elementi per poter essere più precisi, se non forse il fatto che ben difficilmente Enzo, quando sposò nel 1238 Adelasia di Torres, già ultratrentenne, poteva avere meno di 16 anni. C'è da aggiungere che la precocità era d'altronde una caratteristica degli Honenstaufen, se Federico, al momento di fare il suo ingresso trionfale a Cremona nel luglio 1212, dopo una rocambolesca attraversata del Lambro a cavallo per sfuggire ai milanesi, aveva appena 17 anni. Sta di fatto che ancora molto giovane Enzo seguì il padre nei suoi spostamenti nel Regno, in Puglia e Capitanata, di cui parla con nostalgia in una canzone composta nella lunga prigionia bolognese.
Re Enzo catturato dai bolognesi
in una miniatura medievale
I contemporanei sono d'accordo nel descrivere di Enzo la bellezza del corpo e il valore e l'audacia nelle armi. Frà Salimbene da Parma lo descrive biondo, di media statura, di animo valente, di gran cuore e di umore gaio, di mente sveglia e fantasiosa, in guerra molto audace anche se forse troppo spericolato. Daniele da Cremona lo loda per "sa grande cortoisie, sa noble valor".
Nell'ottobre 1238 Enzo, dopo essere stato creato cavaliere, s'imbarcava per la Sardegna con una scorta di gentiluomini per sposare Adelasia, giudicessa di Torres o Logudoro, vedova di Ubaldo Visconti, giudice di Gallura. La scelta era stata suggerita a Federico II dalla famiglia ghibellina genovese dei Doria, suoi fedelissimi sostenitori, imparentati con Adelasia. Giunti a Cremona avevano caldeggiato il matrimonio tra Adelasia ed Enzo, che avrebbe di fatto portato buona parte della Sardegna sotto il controllo dell'Impero. Federico II, colta l'importanza politica dell'operazione, che apriva peraltro un nuovo fronte di contrasto nella sua lotta ormai più che decennale con la Chiesa, aveva mandato subito in Sardegna suoi ambasciatori presso Adelasia per proporle il figlio come marito e Adelasia, pur avendo quasi il doppio degli anni di Enzo, lusingata dall'offerta, accettò. Al papa Gregorio IX non restò che scomunicare i due sposi e lanciare, l'anno successivo, l'anatema contro Federico II per essersi attribuita la sovranità della Sardegna.
In realtà Enzo restò in Sardegna solo pochi mesi, chiuso nel suo palazzo di Sassari, perchè nel luglio 1239 fu richiamato dal padre a Cremona a reggere l'ufficio di legato generale in Italia. Adelasia frattanto, abbandonata dal marito, estromessa dal potere ed angustiata forse dalla scomunica, si piegò sino quasi a umiliarsi al pontefice Innocenzo IV, il quale diede incarico all'arcivescovo d'Arborea di toglierle nel 1243 la scomunica e poi di concederle nel 1245 anche l'annullamento del matrimonio sul pretesto di nullità, per essere lo sposo uno scomunicato. Adelasia visse i suoi ultimi anni di vita nel castello di Goceano, dove morì dopo il 1255, senza lasciare eredi: sembra infatti da escludere del tutto che l'Elena figlia di Enzo che andò sposa al conte di Donoratico Guelfo Della Gherardesca possa essere figlia di Adelasia.
La battaglia di Fossalta in una miniatura del Codice Chigi
Nel decennio che va dal luglio 1239 al maggio 1249 Enzo, vero braccio destro del padre, fu tra i principali protagonisti dello scontro che infuriava nell'Italia centrosettentrionale tra l'Impero, i Comuni e il Papato. Il 25 luglio 1239 venne nominato "Sacri Imperii totius Italiae legatus generalis" con ampi poteri politici e militari sui vari podestà e vicari (perlopiù pugliesi) a cui Federico II aveva affidato i nuovi distretti territoriali in cui aveva suddiviso il Regno d'Italia. Nel nuovo piano di organizzazione amministrativa che Federico II aveva predisposto in giugno, Cremona era destinata ad essere la capitale di un vicariato che si estendeva su quasi tutta l'Italia del Nord. Era frutto di un lungo lavoro che Federico aveva portato avanti in due anni di continue battaglie e trattative diplomatiche. Federico II, di ritorno dall'impresa in Germania contro il figlio Enrico, aveva dapprima incontrato le milizie cremonesi nell'agosto del 1236 sul fiume Mincio e con esse si era recato in città; da questo momento e sino al 1250, Cremona svolse il ruolo di capitale imperiale per l'Italia settentrionale e l'imperatore vi soggiornò non meno di diciotto volte. La città era divenuta l'anno seguente il quartier generale dell'esercito imperiale prima della campagna contro i bresciani e i milanesi. All'indomani della vittoria di Cortenuova (27 novembre 1237) Federico II aveva fatto il suo ingresso trionfale in città, accompagnato dal suono delle trombe, scortato da una colonna infinita di prigionieri e seguito dal carroccio dei milanesi, la cui antenna era inclinata fino a terra e sopra il carro era legato con disonore il podestà di Milano, figlio del doge di Venezia Pietro Tiepolo. Il carroccio nemico era trainato dall'elefante di Federico, che portava sul dorso un castello di legno con armati e con le bandiere recanti l'aquila imperiale. Le prigioni della città si erano riempite di nemici in attesa di essere registrati e trasferiti nei castelli della Puglia e della Calabria. In seguito a Cremona si era celebrato il matrimonio di Ezzelino da Romano con la figlia dell'imperatore, Selvaggia, e nel 1238 il figlio Enzo aveva ricevuto, come abbiamo visto, l'investitura a cavaliere.
Dal momento del suo ritorno dalla Sardegna fino alla battaglia di Fossalta, Enzo fece di Cremona la sua base operativa e la sua reggia. Come il padre, d'altronde, anch'egli non era un sovrano residente, nella città si fermava per qualche settimana in un palazzo imperiale vicino al monastero di San Lorenzo, ormai inserito entro la cinta edificata nel 1169. In questa città vecchia abitavano i rappresentanti della Societas militum, i nobili, che si contrapponevano al popolo, che era sistemato oltre la Cremonella presso la chiesa di S. Agata, ove fu edificato il Palazzo del Popolo nel 1256. Enzo restò a Cremona fino a settembre, quando invase la Marca d'Ancona che l'Impero rivendicava di diritto e che era stata occupata da Innocenzo III durante la minorità di Federico II. Molte città della Marca gli si sottomisero senza opporre resistenza: così Iesi, Macerata ed Osimo, a cui Enzo aveva promesso alcuni privilegi economici. Il papa rispose all'invasione della Marca riscomunicando Enzo e togliendo ad Osimo il seggio vescovile. Furono dieci anni di frenetica attività militare. L'anno successivo Enzo fu a fianco del padre dapprima a Foligno e poi all'assedio di Ravenna. Nel maggio 1241 era a Pisa a comandare le operazioni navali contro i genovesi alleati del Papa, sconfitti tra l'isola del Giglio e Montecristo, catturando un ricchissimo bottino, oltre a cardinali e un centinaio di alti prelati che fece rinchiudere nel castello di San Miniato e poi trasferire in carcere nei castelli pugliesi. Si portò poi in Romagna poiché, ormai caduta Faenza, sembrava prossima l'occasione per un attacco decisivo alla strenua Bologna. A Ravenna cadde ammalato e venne curato dai monaci di S. Maria in Porto, che egli poi ricevette per gratitudine sotto la speciale protezione imperiale. Nel 1242, essendosi bloccata per la morte di Gregorio IX la marcia di Federico II su Roma, E. si impegnò prevalentemente in azioni di saccheggio e devastazione nei territori dei Comuni guelfi lombardi: fece scorrerie nel Milanese, assediò e prese il castello piacentino di Roncarello, distrusse Treviglio e altre località sulla sinistra dell'Adda sino a quando, ferito ad una coscia da un dardo nei pressi di Palazzolo, nel Bresciano, non fu costretto a ritirarsi a Cremona. Nel 1243 proseguì le sue campagne in Lombardia per poi ritirarsi infine di nuovo a Cremona. Nel 1244, unitosi di nuovo a Manfredi Lancia e a capo di una nutritissima cavalleria e delle milizie comunali cremonesi con il loro carroccio, Enzo puntò su Piacenza e bruciò alcune località prossime alla città, compreso l'ospedale di S. Spirito, ma essendoglisi fatto incontro un forte esercito della Lega lombarda preferì ripiegare prudentemente su Cremona. Nel 1245 il nuovo papa Innocenzo IV, il genovese Sinibaldo Fieschi, riuscì a convocare a Lione un concilio che il 7 luglio dichiarò Federico II deposto, sciogliendo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà e bandendo contro di lui una crociata. Anche Enzo venne, in quell'occasione, per l'ennesima volta scomunicato. Ebbe poi dal padre il compito di muovere dall'Adda contro Milano con le truppe di Cremona, Parma, Reggio e Bergamo. Pur ostacolato da un canale artificiale fatto costruire dai Milanesi, riuscì infine ad attraversarlo e a venire a battaglia, l'8 novembre, coi Milanesi a Gorgonzola. L'esito fu felice per le sue truppe, ma Enzo, spintosi audacemente troppo avanti, fu catturato da un drappello di nemici capeggiati da Simone di Locarno e subito rinchiuso nel campanile di Gorgonzola. Il sopraggiungere delle truppe imperiali convinse pero i Milanesi a liberarlo, non prima però di avergli fatto giurare di ritirare il suo esercito e di abbandonare la campagna in atto, cosa che fece subito dopo anche Federico II. Nel marzo 1247 rientrò a Cremona per assistere alle nozze della sorella Caterina e si diede poi a saccheggiare il Bresciano ponendo l'assedio al castello di Quinzano. Qui si trovava quando gli giunse nel giugno la notizia che Parma si era ribellata mettendo in crisi tutto lo scacchiere militare ghibellino ed in pericolo il transito verso il Sud attraverso il passo della Cisa, oltre alla sicurezza della stessa Cremona ormai completamente circondata da città tutte guelfe. E. corse subito ad assediare Parma, ma commise forse l'errore di non attaccare subito la città, ben presto sovvenuta di armati inviati da tutte le città della Lega. Quando giunsero, nel luglio, anche le truppe imperiali di Federico II attaccare la città era ormai divenuta operazione impossibile e fu quindi deciso di prenderla per fame. Fu allora che Federico II decise che, una volta conquistata Parma, l'avrebbe distrutta dalle fondamenta costringendo gli abitanti ad andare ad abitare la nuova città che egli si mise a costruire in gran fretta tra Parma e Fidenza e a cui diede il nome augurale di Vittoria. Ad Enzo frattanto fu affidato il compito di battere le strade che portavano a Parma per impedire rinforzi di armati o rifornimenti di vettovaglie agli assediati. Passò così tutto l'inverno, ma la mattina del 18 febbraio 1248, mentre Federico II si era recato a caccia col suo seguito, i Parmensi uscirono in massa dalla città e, sorprendendo gli assedianti, distrussero Vittoria, impadronendosi dello stesso tesoro imperiale. La clamorosa e inaspettata disfatta fu un colpo fatale e decisivo per i piani di Federico II e a nulla valse il fatto che egli si ripresentasse dopo appena quattro giorni con un esercito davanti alla città di Parma. Enzo frattanto si spostava a Cremona, dove veniva nominato podestà, col compito strategico di mantenere sotto controllo la forte posizione che occupava sul Po. Nel 1249 sposava a Cremona una nipote di Ezzelino da Romano di cui non ci è stato tramandato il nome. Si trovava ancora a Cremona quando venne avvertito che i bolognesi avevano deciso di muovere contro Modena che si manteneva ostinatamente fedele all'Impero. Enzo raccolse la sua guardia tedesca con i cavalieri cremonesi e reggiani e si precipitò a Modena e da qui mosse subito, con le fanterie modenesi, verso il Panaro. Vi giunse alle 3 del pomeriggio del 26 maggio e cominciò ad attaccare i guastatori bolognesi intenti a far legna per la costruzione del ponte. Le grida di costoro spinsero i Bolognesi ad attraversare in massa e precipitosamente il fiume, mentre i loro squadroni di cavalleria, con ampio movimento avvolgente, sorprendevano ai fianchi l'esercito imperiale stanco e disorganizzato. E. ordinò la ritirata, ma rimase a proteggere la retroguardia con i suoi cavalieri tedeschi. Un rallentamento alla ritirata avvenne alla Fossalta a causa di un torrente ingrossato dalle acque: da qui verso Modena la ritirata si trasformò in rotta disastrosa. Lo stesso Enzo, giunto in località San Lazzaro, alle porte di Modena, fu rovesciato da cavallo e venne ben presto catturato. Alla fine della giornata i Bolognesi trionfanti si accorsero di aver fatti prigionieri, oltre al re, ben 1.200 fanti e 400 cavalieri, fra i quali Buoso da Dovara, condottiero dei Cremonesi, Marino da Eboli, podestà di Reggio, Corrado conte di Solimburgo, Antolino dell'Andito, Gerardo Pio, Tommaso da Gorzano e molti altri nobili ghibellini. Enzo fu dai Bolognesi dapprima rinchiuso, sino al 17 agosto, nella rocca di Castelfranco e poi in quella di Anzola sino al 24 agosto, giorno in cui venne condotto trionfalmente a Bologna e rinchiuso in quel palazzo nuovo che il Comune aveva costruito nel 1245 e che da allora si cominciò a chiamare "palazzo di re Enzo".
Il palazzo di Re Enzo a Bologna
Con lui furono imprigionati Marino da Eboli, Corrado di Solimburgo, Buoso da Dovara e Antolino dell'Andito, mentre tutti gli altri prigionieri vennero distribuiti in varie carceri private, poste nei quattro quartieri cittadini. Per costoro iniziò molto presto l'abituale operazione di riscatto, cosicché non era passato neppure un anno che nelle carceri bolognesi restavano poco più di 300 prigionieri, di cui diversi fuggirono nell'aprile 1253. Federico II scrisse diverse lettere ai Bolognesi perché suo figlio venisse liberato, alternando le lusinghe alle minacce, ma i Bolognesi, orgogliosissimi della loro preda, decisero di tenere Enzo prigioniero sino alla morte.. E così il giorno seguente l'ingresso di Enzo a Bologna si radunò il Consiglio comunale per deliberare che il giovane re mai e a nessun patto potesse essere rilasciato, ma dovesse vivere prigioniero sino alla fine dei suoi giorni, provveduto a pubbliche spese e con servitù consona al suo rango. Ai primi del 1272 Enzo si ammalò e fu preso in cura da diversi medici, tra i quali uno di sua fiducia, Eliseo da Siena, che egli volle fosse ricompensato con la cospicua somma di 100 lire di bolognini. Ma ogni cura fu inutile: morì il 14 marzo di quell'anno. Il suo corpo fu imbalsamato e, rivestito di abiti regali, fu sepolto, con solenni onoranze a spese del Comune di Bologna, nella chiesa del convento di S. Domenico. Nel suo testamento del 6 marzo 1272 alla sorella Caterina da Marano che, rimasta vedova nel 1268, si era trasferita da Cremona a Bologna per essergli di conforto, lascia 2.000 lire e altre 500 al convento delle suore della Misericordia che l'avevano onorevolmente ospitata. Prima della morte, comunque, Enzo dalla prigionia ebbe ancora modo di ricordarsi della sua Cremona quando chiamò presso di sé un giovane traduttore cremonese, Daniele Deloc, al quale commissionò la traduzione in antico francese di due trattati di falconeria dell'arabo Moamin o Moamyn e del persiano Ghatrif o Tarif, che costituiscono il primo testo scritto in lingua d'oïl nella penisola italiana. 

martedì 11 luglio 2017

La calda estate degli Happy Boys

Gli Happy Boys nel dicembre 1956
al Circolo della Stampa di Milano

Se il 2017 è stato l'anno di Monteverdi, il 2018 sarà quello di Mina quando cadranno i 60 anni del debutto della Tigre di Cremona. Quest'anno, però, cade anche un altro anniversario legato a quegli anni indimenticabili. Il 1957, infatti, fu l'anno della definitiva consacrazione internazionale degli “Happy Boys” di Nino Donzelli, che, dopo qualche mese, avrebbero lanciato quella sconosciuta ragazzina, timida, spilungona, ma dalla voce formidabile destinata a rivoluzionare la canzone italiana. In quella lunga estate del '57 si gettarono le basi per un periodo irripetibile nella storia musicale della nostra città: gli “Happy Boys”, costituiti da Donzelli nel 1949, partirono per quella infinita tournée in Turchia destinata a segnare la loro storia e quella della Tigre. A febbraio era uscito il loro primo disco, preceduto dai commenti lusinghieri della stampa, dopo la partecipazione fin dal 1954 al concorso “Bacchetta d'oro Pezziol”, la nota trasmissione radiofonica condotta da Nunzio Filogamovinta quell'anno da Henghel Gualdi, in cui erano giunti al secondo posto. Nell'ottobre del 1956 si era tenuta a Boario Terme un'altra manifestazione artistica che aveva avuto una larghissima risonanza: era stato eletto «il “Benny Goodman” italiano, quel clarinettista cioè che maggiormente si avvicina per stile e carattere al celebre solista americano (ed è risultato vincitore Henghel Gualdi) e la “reginetta del jazz”, quella cioè che, fra una decina di giovani, promettenti cantanti rivelasse le migliori doti. Ha vinto Wilma De Angelis che già aveva conquistato nel campo della musica leggera una vasta notorietà». «Si tratta insomma – aggiungeva il cronista de “La Provincia” - di una giovane dall'avvenire certo, destinata a salire i più alti gradini della notorietà. Wilma De Angelis sarà domani all'Odeon dove presenterà le più belle canzoni del suo repertorio; accanto a lei Nino Donzelli ed il suo complesso Happy Boys, che da quando è tornato all'Odeon, dopo mesi di assenza da Cremona, riscuote un successo sempre crescente ed entusiastico». Durante l'assenza da Cremona gli “Happy Boys” si erano esibiti nel dicembre 1956 anche al Veglione del Circolo della Stampa di Milano insieme a Maria Callas e Wilma de Angelis, dove erano stati notati dall'impresario italo-egiziano Davide Matalon, proprietario della Italdisc, e poi fondatore della Broadway, la prima casa discografica di Mina. Fu così che all'inizio del 1957 incisero il loro primo disco. Così lo racconta “La Provincia” in un articolo del 7 febbraio: «Il complesso “Happy Boys” diretto dal maestro Nino Donzelli ha inciso un microsolco che in questi giorni viene posto in vendita in tutta Italia. Si tratta di un gruppo di dieci celebri motivi americani, fra le più famose melodie che la musica da ballo abbia prodotto. Accanto a tre “Rock and Roll”, la danza del momento, vi è “Blue moon”, “Frenesy”, “Arcobaleno”, “Straniero fra gli angeli”, “Tutto sei tu”, “Jungle drums”, “Temptation”. E' motivo di compiacimento per i cremonesi questo disco al quale altri si aggiungeranno: è infatti la prima volta che un'orchestra cremonese di qualsiasi genere ha un così alto riconoscimento (non è da dimenticare che di molte migliaia di complessi orchestrali sono solo alcune decine quelli che possono vantare una produzione discografica) e la cosa non può passare inosservata. 
All'Ankara Palace nell'estate 1957
Per il complesso di Nino Donzelli questa è un'ambita soddisfazione che si aggiunge alle tante altre che gli 'Happy Boys' hanno saputo conquistarsi, ed una nuova prova di quanto il valore della formazione sia riconosciuto ed apprezzato. Dal punto di vista artistico le dieci incisioni sono tutte altrettanto pregevoli; incisioni commerciali nel senso che non seguono una determinata ortodossia, ma sono fatte per piacere al pubblico più vasto, aggiungono ai pregi di una valida esecuzione la fresca spontaneità e la ottima qualità degli arrangiamenti. Una novità davvero interessante, è data dal fatto dimostrato dalle incisioni, che gli 'Happy Boys' non dispongono di uno solo ma di due complessi che possono inserirsi uno nell'altro, o agire distintamente pur essendo ognuno di essi perfetto. Nino Donzelli ha infatti presentato la consueta grande formazione ed in quattro incisioni ha dato vita ad un sestetto che celebri esperienze ha reso classici: fisarmonica, vibrafono, chitarra, clarino, basso e batteria (si noti l'assenza del pianoforte) che danno vita ad alcune esecuzioni nelle quali le sonorità raggiungono effetti d'impensata efficacia. La formazione che ha inciso il disco era la seguente: Nino Donzelli pianoforte e fisarmonica, Giorgio Levi vibrafono, Luigi Ruggeri tromba, Mario Bertoni clarino, Lino Pavesi sax contralto, Valentino Giazzi trombone, Renzo Donzelli chitarra, Giacomo Masseroli contrabbasso, Guido Mombrini batteria».
I giochi erano ormai fatti e verso la fine della primavera del 1957 i “ragazzi felici” potevano partire per loro grande avventura musicale in Medioriente, scritturati dal loro manager Matalon.

Lasciamo ancora la parola al cronista de “La Provincia”, che, il 9 giugno, scrive: «Per la prima volta un complesso musicale cremonese è stato ingaggiato all'estero: il noto complesso 'Happy Boys' del maestro Nino Donzelli, che già si distinse per due anni nella gara della “Bacchetta d'oro Pezziol” e che partecipò ad alcune fra le più importanti serate di gala nelle maggiori città italiane, si è trasferito ora, con tutti i suoi componenti e l'attrezzatura, in Turchia. Meta del soggiorno è la città di Smirne, un'antichissima città che oggi offre al turista forestiero non soltanto l'incantevole aspetto dei suoi monumenti orientali e romani, ma anche alcuni tra i più noti 'Night Club' del Medio Oriente. Proprio il maggiore di questo ha voluto per tutta la stagione estiva che si protrarrà sino a fine ottobre, usufruire di un complesso italiano di musica leggera quanto mai qualificato: la scelta degli 'Happy Boys' è stata pertanto felice perchè i locali turchi sono oggi frequentati da un considerevole numero di turisti provenienti da ogni Paese. Gli 'Happy Boys', che si sono distinti per la magistrale interpretazione di un repertorio internazionale e che alle tipiche canzoni italiane uniscono l'esecuzione originale dei migliori brani di autori stranieri (ad un migliaio di 'pezzi' assomma il repertorio di questo complesso) sono così entrati decisamente nella scena internazionale ed il loro primo debutto avvenuto a Smirne il 2 giugno, è stato sottolineato favorevolmente da tutta la stampa locale. E' con vivo piacere che viene segnalata questa attività di un complesso cremonese di musica leggera: dopo i trionfi internazionali di alcuni valenti artisti (ancora oggi degnamente rappresentati da Aldo Protti e da Gianni Lazzari), ecco che anche nel campo della musica leggera i cremonesi si fanno onore: ed anche questo è un sintomo confortante della espansione dell'attività di Cremona nel mondo, sulle vie di quell'affermazione estera che già al tempo dell'esarcato di Ravenna proprio in Turchia è stata convalidata nel campo commerciale». Aldilà dell'enfasi retorica del cronista il viaggio in Turchia si trasforma in un vero successo.

Con Mina nel 1958
Accanto agli “Happy Boys” ad Ankara c'era anche un altro complesso cremonese, l'orchestra “Arlecchino”, con Mario Dalla Noce, Pietro Bobbi, Flaminio Corradi, Alfredo Sclavo e Fausto Coelli, che qualche tempo dopo avrebbe fondato con Mina “I solitari”. Il 28 luglio, “La Provincia” riporta un articolo di un giornalista turco, Cezmi Zallak: «Il giornale “Yeni Asir” di Smirne ha pubblicato il 10 corr. Il seguente articolo: “Smirne è da alcuni mesi testimone di una parata di magnifici complessi di musica leggera. Nella nostra città, negli anni scorsi, sono passate orchestre italiane, spagnole, tedesche e francesi la fama delle quali aveva superato da tempo i confini delle Nazioni di provenienza, ma mai era capitato a Smirne di ospitare contemporaneamente quattro orchestre una più rinomata dell'altra, una più brava dell'altra che lavorano in locali di prim'ordine. Nei due locali della Fiera Internazionale è tutta una festa: al Goi Casinò ci sono due orchestre, una italian e l'altra spagnola che lavorano in emulazione per conquistare il favore del pubblico; quella italiana soprattutto (la 'Capitol' di Roma che è uno dei più importanti complessi della capitale italiana e che si è distinta anche nel campo jazzistico aggiudicandosi recentemente un magnifico secondo posto nel 'Festival del jazz' per l'Italia meridionale) ha entusiasmato e la sua fama è andata ben oltre Smirne. Al 'Cubana' vi è un'altra famosa orchestra spagnola: riscuote gran successo ed è soprattutto inimitabile nell'esecuzione dei tanghi. Se tutto ciò è molto bello, è però giusto dire che ka nuova orchestra italiana del Kordon (il signorile hotel del Lungomare) ha superato tutti i complessi sopra citati. Si può anzi affermare che il complesso diretto dal maestro Nino Donzelli (un simpatico giovanotto che si alterna al pianoforte ed alla fisarmonica) ha ridato al Lungomare di Smirne quella vita e quell'animazione che più non si conoscevano da quando anni or sono venne chiuso il Club municipale. Il maestro Giorgio Levi alterna le due ammiratissime esecuzioni pianistiche con splendide applauditissime esibizioni lal vibrafono; e Renzo Donzelli è giustamente ritenuto il miglior 'chitarrista elettrico' che abbia lavorato sino ad ora in Turchia. Orchestra prettamente italiana, ha il grande pregio di saper dare al pubblico quello che i pubblico vuole; ci trasporta così in viaggi fantastici attraverso le meraviglie d'Italia,da Venezia a Napoli, e ci pare di sentire lo sciacquio del mare sotto una gondola o di vedere stagliarsi contro il cielo la sagoma inconfondibile del Vesuvio. E ci accompagna in questo viaggio la voce dolcissima di 'Micio' Masseroli, il più bravo cantante che Smirne abbia udito da molti anni a questa parte. Quando andate al 'Kordon' non dimenticate di pregarlo anzi insistete perchè vi canti 'Buongiorno tristezza'', la canzone che 'Micio' Masseroli ha fatto diventare il successo del momento: conoscerete nuovi palpiti e nuove sensazioni. Siamo in giorni di festa ed è giusto che tutti possano godere le dolci melodie, le supreme bellezze che sa esprimere il complesso 'Happy Boys' (al quale auguriamo una lunga e prosperosa permanenza nella nostra città) l'orchestra dei nostri sogni più belli».

Dopo Smirne è la volta di Ankara. «Da ormai sette mesi – scrive “La Provincia del 4 dicembre 1957 - una delle più famose orchestre italiane di musica leggera, quella degli 'Happy Boys' di Cremona diretti dal maestro Nino Donzelli e dal maestro Giorgio Levi, che fu rinomata nel concorso della 'Bacchetta d'oro Pezziol' nel 1956, sta mietendo ampi successi in Turchia dove rappresenta oggi 'l'orchestra nazionale' per tutte le grandi serate da ballo e le particolari manifestazioni di festa. Gli 'Happy Boys' dopo un soggiorno di sei mesi a Smirne, sono stati richiesti ed ingaggiati dal più grande albergo di Ankara, il famoso 'Ankara Palas' che è l'ambiente più scelto di tutto il paese. L'orchestra cremonese è diventata in pochi giorni, come apprendiamo dalla stampa locale, la 'sensazione del momento'. Tutti i giornali hanno parlato e parlano dei 'valentissimi e miracolosi suonatori italiani di musical eggera' e l'eco ha raggiunto persino il Palazzo dle Presidente della Repubblica: proprio l'altra sera infatti Cecil Bayard ha voluto presenziare ad una grande serata danzante e congratularsi con gli 'Happy Boys'. Nè quasi ogni sera mancano illustri personaggi all'Ankara Palas, dal Primo Ministro Menderes a ministri, a diplomatici, deputati, tutto il pubblico migliore della Turchia, insomma. Ciò non poteva non interessare la stampa perchè è la prima volta che si registra un fenomeno del genere; e gli 'Happy Boys' del resto hanno saputo corrispondere alal attesa ed alle esigenze musicali dell'aristocrazia turca con un repertorio incredibile di esecuzioni perfette. La testimonianza migliore di questo successo sarà data domenica prossima allorchè gli 'Happy Boys' si presenteranno ai microfoni di 'Radio Ankara' alle 10, contratto singolare perchè prevede esecuzioni di ogni genere di musica leggera e per un periodo indeterminato. La romantica canzone italiana o il nostalgico valzer viennese, la tipica musica hawaiana e la conturbante esecuzione di can-can modernissimi, languidi tango e melodiose 'beguine' formano il grande complesso del repertorio di questa orchestra che il più grande giornale di Ankara definiva domenica scorsa “la più calda e palpitante orchestra europea che mai abbia suonato in Turchia”».

Il 3 agosto 1958 è il primo concerto nel giardino d'estate all'Odeon dopo il ritorno dalla Turchia ma la svolta è il 23 settembre 1958 alla fiera di Rivarolo del Re. Qualche giorno prima, in un afoso pomeriggio di fine agosto, dopo aver assistito ad una loro esibizione al circolo Filodrammatici di Cremona si era presentata a casa dei due fratelli Donzelli una giovane ragazza che voleva dimostrare le sue doti vocali.  I ragazzi l'avevano accolta subito nel gruppo, che aveva già in programma varie serate nelle balere della zona per i giorni successivi. La prima esibizione di Mina con gli Happy Boys porta la data del 14 settembre 1958. Il luogo è Castelvetro Piacentino, frazione di Croce Santo Spirito in provincia di Piacenza. È domenica. Pezzo d’apertura “Be-bop-a-lula”. Il nome con cui viene presentata è Mina Georgi. Replica l’indomani, quando alla “Festa settembrina” è ospite d’onore Achille Togliani. Ma è la serata di martedì 23 settembre che tiene a battesimo la nascita di una nuova stella. Ecco la cronaca: «Lunedì sera (ma è sbagliato, si tratta di martedì 23 settembre, ndr.) nel grande padiglione eretto al centro del paese, si è presentato il complesso 'Happy Boys' diretto dal maestro Nino Donzelli: una formazione affiatatissima che con la briosità delle sue esecuzioni, la modernità del repertorio, la bravura di tutti gli elementi, ha conquistato il pubblico che, con scroscianti applausi, ha manifestato la sua approvazione e la sua ammirazione. L'attesa per il magnifico complesso del maestro Donzelli era grandissima; Rivarolo aveva ospitato più volte l'orchestra, ed aveva seguito con soddisfazione le sue affermazioni nel Vicino Oriente. Il complesso, in nuova formazione si è dimostrato anche superiore ad ogni più rosea aspettativa; è il migliore che si sia mai presentato a Rivarolo. Un vivo successo personale hanno riscosso i due cantanti degli 'Happy Boys', Giacomo Masseroli, che da anni fa meritatamente parte dell'orchestra e che è apparso anche migliorato in confronto alle volte precedenti, e la nuova recluta, la signorina Mina Georgi che è stata una vera e propria rivelazione. Intelligente, moderna, giovanissima, ha suscitato un entusiasmo travolgente. Ieri sera, attirate dagli echi del successo degli 'Happy Boys' e dai nomi di Flo Sandon's e Natalino Otto, ben 2500 persone si sono ammassate nel padiglione. E' stata una serata magnifica, indimenticabile, presentati dal titolare dell'organizzazione Motta, i due celebri cantanti sono stati accolti da un'ovazione che voleva dimostrare la calda simpatia dei loro ascoltatori. Flo Sandon's e Natalino Otto hanno compreso l'atmosfera che li circondava ed hanno ricompensato il pubblico dando il meglio di loro stessi,della loro personalissima, magnifica arte. Ed artisti di classe altissima quali sono hanno saputo offrire interpretazioni stupende: i due artisti si sono confermati per quello che sono. I due più eletti, più sensibili interpreti italiani di canzoni». Mina aveva cantato “You are my destiny” e “Buonasera signorina”. Qualche anno dopo, nel 2011, ricordò su “Vanity Fair” quella serata: “Ho un dolcissimo ricordo di Flo Sandon’s che ho visto la primissima volta che sono salita su un palco. Lei e il marito, il grande Natalino Otto, erano le star della serata. Io, sconosciutissima, cantavo con un gruppo cremonese, per la prima volta, appunto. Eravamo in una classica balera lombarda. Alla fine ricordo che mi dissero: “Lei farà strada”. La prima cosa che mi stupì fu il fatto che mi dessero del lei e poi pensai: "...Questi due ..son matti…"”